Statuto della Cooperazione Trentina: tra riforma e continuità, un equilibrio da non perdere - Giugno 2025
Le modifiche statutarie proposte rappresentano una tappa importante per ridefinire ruolo e funzione della Federazione in un contesto segnato da trasformazioni profonde, sia economiche che sociali. Alcuni passaggi appaiono coerenti con questa sfida: la fissazione di un limite ai mandati presidenziali, ad esempio, va letta come un segnale positivo di attenzione al rinnovamento e all’alternanza.
Altri aspetti, tuttavia, sollevano legittime riflessioni. In particolare, la scelta di non porre limiti alla durata dei mandati per i consiglieri del Consiglio di Amministrazione. È un’opzione che si fonda su un’idea chiara: i consiglieri sono espressione delle cooperative, e il rinnovamento deve avvenire al loro interno, non essere imposto dalla Federazione. Un principio che ha un suo valore, soprattutto se si riconosce l’autonomia delle associate come fondamento dell’architettura federale. Tuttavia, non si può ignorare un dato di realtà: molte cooperative, soprattutto di piccole dimensioni o con una storia più recente, faticano a generare spontaneamente percorsi di ricambio nei propri organi. L’assenza di un vincolo esterno rischia, di fatto, di cristallizzare assetti già consolidati e di ridurre l’accesso per nuove generazioni di dirigenti. Non per cattiva volontà, ma per inerzia organizzativa e per difficoltà a formare e coinvolgere nuovi quadri. L’esperienza insegna che, senza stimoli normativi, la stabilità tende a prevalere sulla rigenerazione. La Federazione, in questo senso, potrebbe avere anche una funzione di “stimolo gentile”, non per sostituirsi alle cooperative, ma per aiutarle a coltivare cultura del ricambio, consapevolezza del tempo, apertura al futuro. I limiti di mandato non sono una sfiducia nei confronti della base, ma un meccanismo ordinato per garantire pluralismo, alternanza e circolazione delle idee. Vale la pena sottolineare che la stessa riforma introduce strumenti virtuosi: trasparenza nelle candidature, attenzione ai settori, valorizzazione della presenza femminile e giovanile. Tutti segnali incoraggianti. Ma in assenza di una regola che favorisca un naturale turnover nei consigli, si corre il rischio che tutto ciò resti affidato alla discrezionalità del momento, invece che a un disegno chiaro e coerente. In sintesi, si tratta di una riforma che guarda avanti, ma che — su questo punto — lascia aperto un interrogativo: può esistere vera apertura senza discontinuità? La storia della Cooperazione Trentina ci insegna che è nei momenti di rinnovamento, talvolta anche coraggiosi, che il movimento ha trovato nuove energie e nuova legittimità. In questo senso, avrebbe forse giovato fissare un principio chiaro e condiviso: chi serve la cooperazione lo fa per un tempo, con passione e responsabilità, e poi lascia spazio ad altri, affinché il campo continui a essere fertile, dinamico, partecipato. Non è una critica, ma un auspicio. Un’occasione che forse si poteva cogliere. E che — chissà — potrebbe anche tornare.